Villani Salumi

Villani Salumi: una storia emiliana dal 1886

La Villani Spa nasce nel 1886 a Castelnuovo Rangone (MO) grazie a Costante Villani ed Ernesta Cavazzuti che, dopo un periodo di commercializzazione di carni fresche e salsicce, comprarono uno stabile e iniziarono la macellazione suina, la stagionatura di salami, coppe, pancette e la produzione di mortadelle e prosciutti cotti. L’azienda iniziò presto a mostrare la sua vocazione all’export e già negli anni ’30 le casse riportavano la scritta “New York”.
Fu uno degli undici figli di Costante, Giuseppe, a continuare il progetto del padre con particolare spirito innovatore. Da un viaggio negli Stati Uniti tornò con una valigia piena di attrezzi e fu il primo a innovare il processo produttivo introducendo i carrelli di stagionatura, una tecnica poi adottata da tutti gli altri salumifici. Quindi girò l’Italia allo scopo di impadronirsi delle arti salumiere delle varie regioni, tanto da arricchire la nostra produzione di specialità regionali che oggi sono spedite in tutto il mondo, comprese le stesse terre di origine che ne riconoscono e apprezzano l’alta qualità.
Giunta ormai alla quinta generazione di famiglia, in un lasso temporale che abbraccia di fatto tre secoli di storia salumiera italiana, Villani è la realtà salumiera più antica dell’Emilia-Romagna e tra le più longeve d’Italia. Siamo uno dei protagonisti di riferimento del comparto a livello nazionale: un ruolo e una dimensione produttiva raggiunti senza mai tradire lo spirito artigiano delle nostre origini, e soprattutto rinverdendo costantemente il forte radicamento con il territorio e con la sua popolazione, larga parte della quale è legata – in certi casi dai suoi inizi – all’attività aziendale.
Oggi abbiamo cinque diversi siti di lavorazione: a Castelnuovo Rangone (MO) si producono salami, prosciutti cotti e specialità emiliane; a Bentivoglio (BO) la mortadella; a Castelfranco Emilia (MO) coppe e pancette; a San Daniele del Friuli (UD) e a Pastorello di Langhirano (PR) i prosciutti crudi di San Daniele e di Parma.

Casa Vinicola Apollonio

Una storia di terra e passione, quella della famiglia Apollonio, indissolubilmente intrecciata con il destino dell’omonima cantina che oggi esporta in 36 diversi Paesi del mondo. E che continua a produrre vino con gli stessi metodi cari ai suoi fondatori, pur applicando le tecnologie più spinte nell’ottimizzazione del processo produttivo e della commercializzazione del prodotto. Passione per il vino, non l’unica: in linea diretta, insieme con l’amore per la vite, le generazioni Apollonio succedutesi negli ultimi due secoli si sono trasmesse anche una grande capacità di apprezzare l’arte, la cultura, lo spettacolo.

 

Tutto comincia infatti quando Tommaso Apollonio, nato nel 1828 ad Aradeo - ridente paesino del Salento a pochi chilometri dal mare di Gallipoli - sposa Domenica, figlia di un proprietario terriero di origini ebraiche che possiede anche un mulino situato in Via dei Pozzi Dolci, là gli sposi costruiscono il primo stabilimento vinicolo di famiglia. E’ però il figlio della coppia, Noè, a tracciare lo spartiacque della storia familiare: costretto dalla fillossera a diversificare le varietà di vitigni utilizzati, riesce infatti a volgere la situazione a proprio favore, intensificando il commercio del vino, soprattutto Negramaro e Primitivo, prodotto dalle uve dei suoi vigneti di Aradeo, Neviano e Cutrofiano. E nel 1904, dopo aver impalmato Cesaria, mette al mondo Marcello, colui il quale imprimerà la vera svolta imprenditoriale all'azienda come la conosciamo oggi.

 

Marcello – che oltre al vino è appassionato di teatro e soprattutto di rivista, per ammirare la quale si spinge spesso e volentieri fino a Napoli - compra infatti nuovi vigneti e impianta stabilimenti a Maglie, dove si stabilisce; lo stesso fa a Monteroni, Veglie, Magliano, comuni salentini nei quali trasforma non solo le sue uve, ma anche quelle che seleziona e acquista dai vigneti limitrofi. Obiettivo, ottenere vino destinato a essere venduto alle più antiche aziende vitivinicole della Penisola, che utilizzano il Negramaro per rinforzare la struttura, il gusto e i profumi dei più gracili vini del Nord.

 

Dal matrimonio di Marcello con Antonietta nascono sei figli, due dei quali, Giuseppe e Salvatore, decidono di proseguire con la tradizione familiare. Alla morte del padre, nel 1968, Giuseppe eredita così gli stabilimenti di Maglie e Magliano, ma poi si dedica ad altre produzioni; Salvatore, invece – classe 1938 - continua l'attività vitivinicola di famiglia, dandole un taglio più moderno e al passo con i mercati. E assicurando continuità anche di sangue all’azienda: nel 1963 sposa infatti Liliana Ancora, e da quella felicissima unione nascono Marcello, Giorgia e Massimiliano.

 

Nel 1975 Salvatore, che ha tra l’altro ereditato dal padre il gusto per il teatro, dà inizio all'imbottigliamento dei suoi vini, per lo più invecchiati, con etichetta propria: è la svolta epocale delle cantine Apollonio, che cominciano a esportare i loro vini nel mondo. “Ugljesa”, “Briacò” e “Sursum” sono solo alcune dei grandi vini che Salvatore produce in quegli anni, tutti con etichette artistiche disegnate appositamente dal pittore slavo Bogdan. La sua morte improvvisa nel 1995, però, e dopo pochi anni quella della moglie Liliana costringono i figli Marcello e Massimiliano, ancora molto giovani, a prendere in mano le redini dell’azienda. Inizialmente affiancati dallo zio Franco, poi sempre più autonomi e capaci di intraprendere una fase di notevole espansione aziendale e di impiego di tecnologie d’avanguardia, sia nella vinificazione che nella conservazione e nell’imbottigliamento dei vini: la risposta dei mercati è un grande successo.

 

Enologo dell’azienda è Massimiliano, attuale presidente di Assoenologi di Puglia, Basilicata e Calabria e membro dell’Accademia della Vite e del Vino, che ha seguito gli studi di viticoltura ed enologia a Locorotondo e ha sviluppato la sua esperienza professionale con stage presso aziende italiane, francesi e spagnole. I vini Apollonio, oggi venduti per il 95 per cento all'estero, affondano infatti le loro radici - non solo come vitigno - nel territorio da cui provengono: la linea "Mani del Sud", il "Valle Cupa" e il "Divoto" sono vini nobilitati da versi di grandi poeti salentini come Giovanni Bernardini, Laura D'Arpe e, soprattutto, del grande Vittorio Bodini, cantore del Sud e delle sue contraddizioni celebrato ogni anno, a fine agosto con il Premio internazionale di poesia e traduzione a lui dedicato, del quale l’azienda Apollonio è sponsor fissa.

 

Un fil rouge, quello artistico e culturale, che nel 2005 trova finalmente espressione compiuta e ufficiale con il Premio Apollonio, kermesse che si tiene nel Rettorato dell’Università del Salento e che si avvale, dopo il contributo iniziale di Serena Dandini, della direzione artistica di Neri Marcorè (coadiuvato sul palco da Luca Barbarossa). Un riconoscimento che trae origine dal desiderio di Marcello e Massimiliano di omaggiare i propri genitori, ma anche e soprattutto di celebrare i pugliesi che danno lustro alla regione di nascita nel campo dello spettacolo, della letteratura, del giornalismo e della creatività in generale. Un appuntamento che in soli dieci anni è divenuto presenza fissa di grande prestigio della programmazione culturale pugliese, e che ha visto ospiti internazionali della caratura di Franco Battiato, Francesco De Gregori, Gianni Morandi, e premiati altrettanto illustri: per citarne solo alcuni, Renzo Arbore, Ennio Capasa e Ferzan Ozpetek. Quest’ultimo così legato ai suoi amici Marcello e Massimiliano da aver voluto inserire un richiamo scherzoso al brand Apollonio in uno dei suoi ultimi film, “Magnifica presenza”, in cui la compagnia degli attori fantasma protagonisti della pellicola si chiama appunto “la Compagnia Apollonio”: ispirazione avuta dal regista mentre sorseggiava una bottiglia di vino dell’azienda.

 

Dal punto di vista prettamente enologico, invece, il segreto dell’attuale successo dell’azienda Apollonio risiede nella capacità di Marcello e Massimiliano di fare il vino seguendo le antiche regole della vinificazione e valorizzando i vitigni identitari del Salento, ma senza tradire le esigenze di rinnovamento imposte dai nuovi gusti dei consumatori; e i fatti danno ragione a questa scelta, se è vero che l’azienda si è tra l’altro conquistata al Vinitaly di Verona, nel 2009 una Gran Medaglia d’Oro per il “Copertino Riserva Divoto 2001”, una delle sue più apprezzate etichette.

 

Linee guida dell’azienda sono infatti la rigorosa selezione di uve esclusivamente salentine - prevalentemente Negroamaro e Primitivo, in purezza o in blend con Malvasia Nera, Sangiovese, Montepulciano, perché la specialità della casa sono sempre i vini da invecchiamento – e poi l’impiego di tecnologie d’avanguardia, l’ideazione di nuovi prodotti rispondenti alle esigenze del consumatore, un marketing spinto sia in Italia che all’estero, una distribuzione che privilegia la vendita diretta presso locali e ristoranti ed infine, com’è dunque intuibile, la precisa volontà di inserire il vino in un contesto aziendale che, lungi dallo svilire il prodotto, gli conferisce precise connotazioni artistiche e culturali.

Frilli Gallery

Un vecchio documento, o meglio, una pubblicità risalente al 1927 presenta la Galleria Antonio Frilli definendola la più grande esportatrice al mondo di sculture in marmo e bronzo, specializzata nel classico ma anche nel moderno.

Da allora le cose non sono cambiate più di tanto e nemmeno la famiglia che la gestisce con passione e dedizione al bello da ormai più di 90 anni.

Fondato dallo scultore Antonio Frilli nel 1860 come atelier di scultura in marmo di Carrara e alabastro di Volterra, lo studio Frilli acquistò subito grande fama e fu apprezzato per le pregevoli repliche in marmo classiche rinascimentali e neoclassiche, che andavano ferquentemente ad abbellire le dimore delle nobili famiglie sulla scia del Grand Tour d’Europa.

Grande fonte di notorietà furono poi le numerose partecipazioni alle Esposizioni Universali , ben 53 tra il 1861 e il 1926, nelle quali rcevette i più alti riconoscimenti per le opere presentate. Fra queste Philadelphia 1876, Melbourne 1881 e Saint Louis 1904. Nel 1915 a San Francisco, il padiglione italiano venne arredato interamente con opere provenienti dalla Galleria Frilli.

Intorno al 1924 la Galleria Frilli passò alla famiglia Marinelli, oggi arrivata alla quarta generazione.

La Galleria è  una „azienda di famiglia“ in cui convivono personalità diverse, abilità e valori della tradizione e apporti nuovi delle giovani generazioni unite dalla stessa passione.

Quando si dice Galleria Frilli, inevitabilemente si parla del Battistero di Firenze, due „istituzioni“ fortemente intrecciate da ormai 30 anni.

Nel 1990 Aldo Marinelli, cresciuto in fonderia e conoscitore di tutti i segreti e i dettagli tecnici della fusione a cera persa, unico detentore dei calchi su originale, eseguì  la replica della Porta del Paradiso del Ghiberti. Questa venne poi donata con grande generosità dal magnate giapponese Motoyama, suo amico di lunga data, alla città di Firenze.

Nel gennaio 2016 la Galleria Frilli guidata dal figlio Enrico, ha realizzato e consegnato la replica della Porta Nord del Ghiberti per il Battistero. Con un innovativo progetto di sponosrizzazione da parte di un gruppo di imprenditori internazionali, provenienti da diverse culture e religioni, ha contribuito anche al restauro dell'originale, adesso custodito nel Nuovo Museo dell’Opera del Duomo, dove insieme ai nomi di grandi Artisti e grandi Uomini che hanno lavorato per l’Opera, è inciso il nome di Enrico Marinelli.

Nell’aprile 2016 la Galleria Frilli ha iniziato la replica della terza porta del Battistero, la Porta Sud, quella più antica, la trecentesca di Andrea Pisano.

La sfida della replica di una Porta ricomincia e continua il confronto con i grandi maestri del passato,soprattutto per i ragazzi della fonderia che non si sottraggono all’orgoglio di incidere il proprio nome nella parte interna dei pannelli conquistandosi un pezzetto di eternità.

La  Galleria si vanta di avere una collezione di modelli fra i più importanti al mondo di statue greche, romane, rinascimentali e neoclassiche in pregiato marmo bianco di Carrara, di vecchia fattura o scolpite ancora a mano da valenti artisti e artigiani nello studio a Pietrasanta.

Come da tradizione ancora oggi la Galleria Frilli continua a proporre opere originali di scultori Contemporanei  internazionali, che rendono vitale e creativa l’atmosfera nella Galleria.

Molti interessanti progetti internazionali sono in cantiere in collaborazione con rinomati Studi di architettura di interni e del paesaggio per eseguire lavori altamente personalizzati sulle esigenze di ogni singolo cliente. Le collaborazioni spaziano inoltre da importatnti attività con istituzioni pubbliche a lavori per i più importanti gruppi imprenditoriali mondiali, oltre che al supporto a 360° per privati con le più disparate esigenze.

La Galleria Frilli è presente dal 1860 negli stessi locali di uno storico palazzo in via dei Fossi a Firenze dove repliche classiche e opere originali contemporanee si contendono l’attenzione dei passanti che, una volta entrati, si lasciano conquistare dalla piacevole sensazone di accarezzare un volto levigato in marmo o una scabra superficie di bronzo e ….la magia della scultura si compie.

Antica Dolceria Bonajuto

L’Antica Dolceria Bonajuto apre le sue porte tra i vicoli stretti che attraversano il cuore barocco di Modica - in provincia di Ragusa, nel Sudest della Sicilia - nel 1880. Ma già dal 1854 Francesco Ignazio Bonajuto aveva deciso di investire i capitali del padre notaio in una “aromateria” e di intraprendere la produzione in proprio del cioccolato artigianale. Un’attività seguita con entusiasmo dal figlio Federico e dal nipote Francesco: fu poi lui, nel 1880, a fondare la ditta che oggi vanta il primato d’essere la più antica fabbrica di cioccolato della Sicilia e che continua a produrre il cioccolato con la ricetta più antica del mondo.
Proprio Francesco Bonajuto, in occasione della grande Esposizione di Roma del 1911, ricevette il Gran Premio e Medaglia d’Oro per la sua Fabbrica di Cioccolatto. Francesco morì nel 1932, lasciando la dolceria e i suoi segreti nelle mani del giovane apprendista che avrebbe poi sposato Rosa, figlia adottiva dei Bonajuto. Carmelo Ruta traghettò la dolceria lungo gli anni del boom economico fino a lasciarla, nel 1992, nelle mani del figlio Franco.
Da qui ebbe inizio per la famiglia Bonajuto-Ruta e per la dolceria un nuovo capitolo, che confluì nella storia della città e nel rilancio del “cioccolato di Modica”.
Il demiurgo di questo nuovo processo che da privato si è fatto via via collettivo fu Franco Ruta, che portò nell’azienda di famiglia il suo interesse per i media, l’editoria, l’informatica.
Franco optò per un restauro tornando a fare di Bonajuto solo una dolceria e non più una caffetteria, concentrando la produzione solo nei dolci tradizionali e soprattutto nel cioccolato: “A tornare indietro ci prendiamo gusto”, fu il claim di questa operazione.
In questi vent’anni dall’Antica Dolceria Bonajuto è passato mezzo mondo. A tutti Franco e Pierpaolo Ruta hanno mostrato che il loro cioccolato è ancora “fatto a mano”, come quello degli Aztechi.
Ora che del cioccolato di Modica parla tutto il mondo, l’Antica Dolceria Bonajuto – nel frattempo iscritta al registro delle imprese storiche della Camera di Commercio, segnalata dall’Eurispes tra le cento eccellenze del paese e inclusa tra le migliori aziende dall’Osservatorio turistico permanente dell’immagine italiana all’estero – non è sola a beneficiarne.
Il fenomeno che questa storia ha generato ha inciso piuttosto un cambiamento profondo nel contesto economico e sociale di una intera città, elevandola al rango di “capitale del Cioccolato”. In questi anni sono nate altre dolcerie, nuovi artigiani si sono appassionati alla riscoperta della tradizione o alla sua reinterpretazione, e la promozione di questo prodotto unico al mondo si è andata intrecciando con la promozione di un'altra meraviglia: il Tardo Barocco dei palazzi e delle Cattedrali che è valso a Modica -e alle altre città del Sudest siciliano- il riconoscimento Unesco come Patrimonio dell’Umanità. Così a Modica si è arricchito il corso della storia e, lungo la passeggiata che la attraversa, l’Antica Dolceria Bonajuto è diventata una meta ambita dai viaggiatori, consapevoli che questo prodotto, oltre ad essere gustato, deve essere conosciuto: qui, nel luogo in cui ha origine, dove anche la suggestione degli odori e il fascino dei gesti autentici trasferisce nell’assaggio tutto il senso di un’esperienza.
Solo entrando in questo vero e proprio “tempio” dedicato al culto dei dolci, ci si può innamorare del gusto inconsueto e irresistibile di tante prelibatezze tradizionali.
La città di Modica ha creduto nel favoloso racconto di Bonajuto e del suo cioccolato e da molti anni vi ha investito con consapevolezza, imparando che il futuro si può costruire davvero andando alla ricerca del passato.

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