Fernandez Affricano

Questa non è solo la lunga storia di una famiglia di eccellenti imprenditori. Questa è, in parte, anche la storia di Livorno: della Livorno cosmopolita di fine Cinquecento, industriosa con i propri mercanti e orgogliosa dei propri traffici commerciali. Nello sviluppo e nella crescita - non solo economica, ma anche culturale – della città labronica un ruolo importante lo ha rivestito – e continua a rivestirlo - proprio l’impresa ultracentenaria Enrico Fernandez Affricano, facente parte di quella comunità di ebrei levantini ponentini che beneficarono della politica tollerante inaugurata da Ferdinando I de’ Medici con la promulgazione de la Livorninadel 1593.
E' tuttavia ad inizio Settecento che affondano le prime notizie sulla presenza dei Fernandez Affricano a Livorno.Con ogni probabilità proveniente dalla penisola iberica (Portogallo), la famiglia Fernandes Africano - in seguito sarà aggiunta una seconda f e nel 1973 la s finale si muterà in z – inizia a comparire nel Registro dei Nati con i quattro figli generati dall’unione (avvenuta nel 1704) tra Daniel Fernandes Affricano e Rachel Rodriguez.
Nel dna dei Fernandez Affricano c’è una propensione quasi innata per gli affari. Daniel è abile commerciante di cuoio a Livorno (ed allargherà i suoi traffici fino a Venezia, Smirne e Alessandria d’Egitto), il nipote Gherson (che in italiano si traduce Pellegrino) viene censito come mezzano, ovvero come mediatore e sensale. E’ però nel 1863, con Leone Enrico, che prende avvio quell'attività commerciale di spessore e fama mondiali che continua ancora nella Livorno dei nostri giorni.
Dotato di grandi qualità imprenditoriali e di forte personalità, Leone Enrico fonda nel 1896 una ditta individuale di Commissioni, Rappresentanze e Depositi, avendo maturato son da giovanissimo una preziosa esperienza nel ramo assicurativo e bancario. L’attività di rappresentanza di Leone Enrico si articola in diversi settori – saponerie, talco, grafite e tinte, preparati per candele, cere e paraffine, oli di oliva e prodotti chimici - mentre parallelamente ad affiancare la ditta c’è un'agenzia assicurativa che annovera tra i propri clienti la celebre Levant di Genova e la Lloyd del Reno e della Vestfalia. Si tratta di un successo di portata internazionale, quello conquistato dall’impresa di Leone Enrico, un cui spazio pubblicitario compare anche sulla Guida turistico commerciale della città di Tripoli dei primi del ' ‘900.
Con i figli di Leone Enrico – Paolo e Fabrizio – la crescita dell’azienda familiare non si fa attendere. E’ Paolo a guidare il settore oleario verso nuovi scenari commerciali: nel 1927 impianta insieme al Barone Ricasoli una raffineria in Turchia, nel 1935 fa il suo ingresso nella società Bertolli assumendo la responsabilità dello stabilimento di raffinazione olii di Livorno, la ROL. Ormai la vocazione settoriale dell’impresa sembra essere segnata.
Con l’arrivo della guerra, i Fernandez Affricano sono costretti a trasferirsi a Roma per sfuggire alle persecuzioni razziali, ma una volta cessato il conflitto riprende a Livorno, con nuove energie, l’attività nei settori oleario e assicurativo.
Il marchio è inoltre protagonista della rinascita non solo economica ma anche culturale di Livorno, con Paolo a presiedere per 20 anni il CEL (comitato Estate Livorense) e impegnato attivamente alla costruzione del “Fanale” di Livorno, simbolo della rinascita cittadina. Nel 1950 lo stesso Paolo crea la DOC Spa, deposito costiero realizzato in collaborazione con la famiglia Neri.
Viene inoltre realizzata una nuova società denominata Intramark che si pone in primo piano nell'importazione ed esportazione di olii vegetali, divenuto oramai il settore principale dei Fernandez Affricano.
Un settore che ancora oggi gode di ottima saluta e di stima a livello internazionale con il discendente Enrico, figlio di Paolo e nipote di Leone, alla guida di un’impresa solida quanto longeva che nel 1996 ha celebrato i suoi primi 100 anni di vita operosa sul mercato italiano e mondiale, nel segno della grande tradizione e del continuo spirito di ammodernamento. Oggigiorno l’azienda è guidata da Enrico (nominato nel 1995 Console di Francia e premiato nel 2004 dal Presidente Chirac come “Chevalier Du Merit”), che è assistito dalle figlie Letizia ed Elena. La società INTRAMARK gestisce il confezionamento di olii di oliva secondo criteri moderni e tecnologicamente all’avanguardia, mentre i marchi Aromolio e Le Piagge garantiscono all’ultracentenaria Fernandez Affricano la fiducia dei propri clienti sparsi per il Mondo. Una fiducia sinonimo di professionalità e di qualità. Generazione dopo generazione.

Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli

C’è un enorme bronzo - forse una porta monumentale, forse l’ennesimo, bellissimo cavallo - che esce dai cancelli della fonderia di via Corridoni a Firenze, pronto per essere consegnato a chissà quali lontani committenti d’Europa o d’America.
Siamo nella Firenze curiosa di speciali attenzioni della seconda metà del Novecento, quartiere di Rifredi. La gente scende in strada e si raccoglie di fronte alla Fonderia Ferdinando Marinelli, per assistere al rituale: un’altra opera d’arte è stata completata, saluta trionfante lo stabilimento, ed appare così imponente nella sue dimensioni che la Società del Tramvai è costretta a smontare i fili elettrici per permettere al camion di trasporto di operare le manovre. Destinazione, il porto di Livorno.
Tra la folla c’è anche il giovane Ferdinando Marinelli jr, allora studente di medicina, che in sorte porta lo stesso nome di battesimo del nonno, fondatore agli inizi del secolo scorso, esattamente nel 1905, della omonima Fonderia Artistica. L’episodio, romantico nel suo popolar- romanticismo, è ricordato in apertura del volume di Maria Maugeri che ripercorre la storia di questa storica impresa fiorentina, rimasta oggi l’unica al Mondo nel settore delle copie di grandi classici.
E’ la storia di una famiglia che da tre generazioni si dedica con sapienza artigianale e passione alla realizzazione di fusioni in bronzo, utilizzando ancora la tecnica ‘a cera persa’ e quei procedimenti di rifinitura già propri degli scultori fiorentini del Rinascimento.
L’attività fu avviata da nonno Ferdinando Marinelli, che adolescente lasciò Piegaro, piccolo centro nei pressi di Perugia, per approdare in riva all’Arno in cerca di lavoro. Qui si ‘fece le ossa’, frequentando le fonderie di Cusmano Vignali e la Gabellini di via del Romito, acquisendo conoscenze tecniche e artigianali fondamentali, quindi aprendo la sua prima bottega in via de’ Giudei, dove si specializzò nella tecnica “a staffa” per la realizzazione di borchie, bassorilievi e medaglie. I tempi erano maturi per il ‘grande salto’: nel 1919 Ferdinando Marinelli rilevò la Fonderia Gabellini. Iniziava un’era di nuovo splendore per la tradizione fiorentina delle fonderie artistiche.
La Fonderia Marinelli spostò presto i suo campo d’interesse nel settore della fusione di grandi opere in bronzo, e fece parlare di sé in occasione dell’eccellente riproduzione in scala 1:10 della Porta del Paradiso del Ghiberti; nel frattempo instaurò un rapporto proficuo di collaborazione con i maggiori scultori toscani del Novecento (da Mario Moschi ad Antonio Maraini, da Antonio Berti a Giuseppe Graziosi, da Italo Griselli a Giulio Cipriani) e stranieri (lo statunitense Abbott Pattison) Il mercato straniero era pronto ad essere servito. L’occasione giunse nel 1929 quando alla Fonderia Marinelli fu commissionata La Carretta dei Pionieri di Montevideo, un gruppo scultoreo di 22 metri di base, pesanti 150 quintali.
Sono passate due generazioni – quella di nonno Ferdinando, quella di babbo Marino e di zio Aldo – a capo dell’impresa fiorentina c’è attualmente Ferdinando Marinelli jr, che opera con i suoi 10 dipendenti nella nuova sede di Chiano, al confine della provincia di Siena, in un’area artigianale decisamente più conforme agli standard di produzione moderna. Lo show-room è invece presso la Galleria Bazzanti di Lungarno Corsini, a Firenze.
Ma alla Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli i metodi di lavorazione rimangono gli stessi di quelli del Rinascimento, lunghi e delicati, mentre le committenze diventano sempre più prestigiose. “Tutto è come ieri, con le colate, le forme in loto, le spennellature in rosso. Tranne che utilizziamo il forno a gas al posto delle fascine di legna, e il forno fusorio a metano invece a carbone. La cottura a 700° può durare 10-15 giorni, comprese le fasi di raffreddamento”, dice Ferdinando Marinelli jr, muovendosi con agilità felina tra le copie in gesso e i mastodontici macchinari.
I risultati, qui, si chiamano commissioni. Europa, U.S.A., Giappone, Sudamerica, Asia, Australia e Africa. La Porta Santa della Cattedrale di San Pietro in Vaticano, le Scale Monumentali dei Musei del Vaticano, i monumenti per il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, il recente restauro del Palazzo del Cremlino a Mosca.
E’ impressionante l’opera destinata al Mile High Stadium di Denver in Colorado: sette cavalli grandezza 1 ½ in originale, che rappresentano la “Galoppata di Brancos”. Marinelli junior sorride di fronte ai complimenti, guardando la parete, dov’è appesa la foto in bianco e nero della vecchia sede in Via Corridoni. E’ vero: per ammirare quei cavalli, la gente di Rifredi sarebbe scesa ancora in strada.

 

Fiore Dolci Tipici Senesi

Se è vero che anche l’occhio vuole la sua parte, basta osservare l’eleganza di una confezione del celebre Panforte Fiore per lasciarsi convincere da questa delizia dolciaria che invita al Natale.
Un’eleganza che si sposa con la qualità, entrambi ingredienti affinatisi lentamente nel corso dei secoli: passando dalla ‘vetus Senae’ medioevale a quella ‘illuminata’ del XVIII secolo, per giungere all’eredità importante che il marchio Fiore ha saputo raccogliere e conservare per quasi due secoli, a partire dal 1827, lanciando lo ‘storico’ dolce verso l’attuale riconoscimento internazionale.
Insieme al Palio e alla Banca Monte dei Paschi, il Panforte è forse uno dei simboli più autentici e genuini della città toscana. Le sue origini affondano nell’antichità di vicoli, chiostri e dedali di strade disegnate sulla pietra, dove sorgevano anche le antiche spezierie, le farmacie di un tempo, primi ‘laboratori’ di uno dei dolci più famosi del Mondo.
Malgrado i cenni storici parlino della comparsa a Siena dell’antenato ‘Panpepato’ nel lontano 1205, è soltanto tra il XII e il XVI secolo che il Panforte iniziò a lustrarsi di una certa notorietà, dettata anche dal ruolo importante di Siena lungo l’asse della via Francigena.
La prime lavorazioni avvenivano infatti nel retrobottega delle spezierie, perché un’ordinanza del tempo proibiva la produzioni di dolci fuori dalla mura, e prevedevano l’uso di costose spezie nell’impasto: caratteristica che conferiva al Panforte - confezionato in scatole ornate chiamate ‘tefanie’ - un carattere di esclusività e rarità natalizia.
La Farmacia Fiore nasceva così nel 1827, nella vecchia sede di via Garibaldi (oggi è in via Camollia), e nel tempo si è consolidata, legando il proprio destino, a partire dal 1946, a quello della famiglia Corsini, che oggi vede Corsino alla guida di Fiore Dolci Tipici.
Cambiano i tempi, le ordinanze vengono ritirate. Ma nel nuovo, moderno stabilimento industriale di La Macchia, a Sovicille, in provincia di Siena, la tradizione e la passione sono rimaste intatte, insieme alla squisitezza di questo dolce. La cui produzione ha inizio nel mese di settembre affinché il ‘lussuoso’ alimento, portatore di spiritualità, sia pronto a dicembre, in occasione delle festività del Natale.
“Da cosa deriva la nostra eccellenza? Molto semplicemente dall’eccellenza dei nostri ingredienti e da una estrema selezione delle materie prime, dalle mandorle ai canditi, fino alle nocciole e alla farina. E’ questo che ci rende famosi” afferma con un sorriso Corsino Corsini, i bianchi capelli ondulati e i gesti amabili, sinonimi di vera nobiltà.
Nel frattempo la produzione Fiore si è allargata, completandosi con altri deliziosi prodotti che vanno a fare compagnia al Panforte Margherita (più adatto ai gusti ‘femminili’: fu realizzato per la prima volta nel 1879 in onore della visita a Siena della Regina) e al Panforte Oro (quindi scuro e prezioso, secondo la terminologia orientale).
In altre stagioni dell’anno fa un certo effetto veder uscire, dalle moderne macchine adibite alla produzione dei Dolci Tipici Senesi, tanti piccoli e ordinati soldatini, che si avviano in fila indiana verso le mani sapienti delle operaie e verso involucri regali.
Sono i Ricciarelli alla Mandorla, i Cavallucci o Biricuocoli, e le Copate, leggeri dischi di pasta di torrone racchiusi tra due ostie.
Ad attenderli un altro attento lavoro di selezione e di controllo, prima che il dolce sia pronto per essere confezionato (a mano) e destinato a imbandire di felicità le tavole del Mondo. I vecchi speziali di Siena, se oggi fossero qui, approverebbero tutto. Senza indugio.

Fratelli Alinari

C’è il sole in una giornata fiorentina del 1890. Un uomo col suo vestito nero sale di passo lento le scale della torre per gustarsi dall’alto un panorama unico sulla città e sulla Cattedrale. C’è qualcosa di universale in questo ‘scatto’ d’epoca: la presenza umana, anonima, ‘catturata’ nella sua semplicità; il tema paesaggistico, urbano; quell’effetto di eterna dinamicità dell’essere che è il nettare vitale di ogni grande fotografo.
Viene la tentazione di fare un azzardato accostamento al Ciclista di Hyeres di Henry Cartier-Bresson, anche se quasi mezzo secolo, tecniche diverse e culture visive differenti dividono inevitabilmente i due momenti storici. Ma l’intuizione è la stessa: documentare la vita, cogliere l’attimo, fermare la storia. Ed alla fine poco importa se quello è stato davvero il moment décisif, per dirla con le parole del grande fotografo francese.
Quell’immagine della città di fine ‘800, di una Firenze cha ancora sfoggia i recenti lustri di Capitale d’Italia, appartiene al grande repertorio dei Fratelli Alinari di Firenze, la più antica azienda al Mondo operante nel campo della fotografia. Fu fondata nel 1852 da Leopoldo Alinari che fissò in Via Cornina a Firenze (l’odierna Via del Trebbio) il suo piccolo laboratorio fotografico. Dopo solo due anni nacque il marchio Fratelli Alinari, con l’ingresso in società dei fratelli Giuseppe e Romualdo: insieme ‘conquisteranno’ presto con il loro obiettivo non solo la loro ‘monumentale’ Firenze, ma il Mondo intero. Lo faranno immortalando piazze e stazioni ferroviarie, strade e chiese, carrozze e carri di buoi. Fiumi di paesaggi, una miriade di volti umani. Con il loro bianco e nero inconfondibile color seppia, che sfida coraggiosamente la luce del sole, forse cercando nella luminosità quasi un viatico naturale al silenzio, alla malinconia di scatti perfetti nella visione geometrica delle forme, nella costruzione di un’immagine limpida, una miscela sapiente di arte e di tecnica artigianale che ha condizionato la storia della fotografia moderna.
Visitando i vecchi laboratori-stamperia di Largo Alinari a Firenze, dal 1863 sede dell’azienda – ed ammirando le lastre in vetro formato 21x27, lo stenditorio con le antiche e pesanti mollette, le vasche di sciacquo, la macchine per la riproduzione della stampa in ‘collotipia’ ancora in funzione – non c’è da meravigliarsi del grande successo che le immagini Alinari hanno riscosso per oltre 160 anni in campo internazionale. Perché il prodotto Alinari è da sempre stato offerto al pubblico con una cura, con una perfezione, con una identità uniche.
Oggigiorno l’azienda Fratelli Alinari guidata dall’imprenditore Claudio de Polo Saibanti – che ha formato una joint venture con il gruppo Il Sole 24 Ore per la valorizzazione e digitalizzazione del suo patrimonio storico-artistico e del suo archivio fotografico tra i più importanti al Mondo: oltre 4 milioni e mezzo di foto tra positivi, vintage prints, negativi e fotocolors che documentano con completezza la storia dell’Ottocento e del Novecento, oltre 6100 album presenti – è un’azienda moderna, attaccata alla sue radici storiche fiorentine, ma con l’obiettivo sempre puntato a 360° sull’universo commerciale.
La Stamperia D’Arte continua a produrre, unico atelier al mondo, stupende riproduzioni con il metodo di stampa storico ottocentesco della ‘collotipia’, la Casa Editrice si qualifica come specifico editore di libri e opere multimediali di fotografia leader mondiale nel settore, tra libri, cd, mostre in Italia e all’estero, multivision, posters.
La vocazione primaria è forse quella di lavorare in una prospettiva archivistica ma rivisitata in chiave moderna, una vocazione che forse mancava nel passato ai Fratelli Alinari, inconsapevoli custodi di un tesoro prezioso di documenti, di un patrimonio che adesso si appresta a diventare patrimonio on-line dell’umanità. La “Fratelli Alinari. Fondazione per la Storia della Fotografia” gestisce il MNAF. Museo Nazionale Alinari della Fotografia, che dall’ottobre 2006 ha la sua sede in Piazza Santa Maria Novella, nel complesso delle ex Leopoldine e l’AIM. Alinari Image Museum, che si inaugurerà nella primavera del 2008 a Trieste. Il Museo, primo in Italia e uno dei sedici in tutto il mondo - inaugurato nella sua prima sede di Via della Vigna nel 1985 dall'allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini – comprende oggi le "collezioni" Malandrini, Palazzoli, Gabba, Reteuna, Zannier, Favrod; le opere di grandi maestri dell'800 e del '900 tra cui Alinari, Anderson, Brogi, Caneva, Nunes Vais, Primoli, Puccini, Ponti, Naya, Wulz, Mollino ed altri. Mentre importanti collaborazioni sono state avviate con il Fox Talbot Museum, le collezioni reali del Castello di Windsor, la National Portrait Gallery, il National Museum of Photography, Film and Television e il Barbican Centre in Inghilterra, la Fondazione Gulbenkian di Lisbona, la Bibliothèque Nationale de France, la Public library e il Metropolitan Museum di New York, la George Eastman House di Rochester, la Corcoran Gallery di Washington, la Public Library di Chicago, l’archivio Roger-Viollet, il National Geographic Magazine.
Per visitare questo ‘luogo di culto’, giungono a Firenze visitatori da ogni angolo del pianeta: studenti, ricercatori, o semplici appassionati di fotografia. Fuori il silenzio dei carri trainati da buoi è interrotto dalla automobili e dagli scooter, e la gente si aggira per le strade con abiti decisamente diversi. Ma chiunque decidesse, in una giornata di sole, di salire le scale di una torre, illudendosi di scoprire una nuova Firenze, così bella vista dall’alto, potrebbe infine rendersi conto di aver commesso un gesto superato, demodé. Ad eternizzare la storia ci hanno già pensato i Fratelli Alinari.

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