Fiore Dolci Tipici Senesi

Se è vero che anche l’occhio vuole la sua parte, basta osservare l’eleganza di una confezione del celebre Panforte Fiore per lasciarsi convincere da questa delizia dolciaria che invita al Natale.
Un’eleganza che si sposa con la qualità, entrambi ingredienti affinatisi lentamente nel corso dei secoli: passando dalla ‘vetus Senae’ medioevale a quella ‘illuminata’ del XVIII secolo, per giungere all’eredità importante che il marchio Fiore ha saputo raccogliere e conservare per quasi due secoli, a partire dal 1827, lanciando lo ‘storico’ dolce verso l’attuale riconoscimento internazionale.
Insieme al Palio e alla Banca Monte dei Paschi, il Panforte è forse uno dei simboli più autentici e genuini della città toscana. Le sue origini affondano nell’antichità di vicoli, chiostri e dedali di strade disegnate sulla pietra, dove sorgevano anche le antiche spezierie, le farmacie di un tempo, primi ‘laboratori’ di uno dei dolci più famosi del Mondo.
Malgrado i cenni storici parlino della comparsa a Siena dell’antenato ‘Panpepato’ nel lontano 1205, è soltanto tra il XII e il XVI secolo che il Panforte iniziò a lustrarsi di una certa notorietà, dettata anche dal ruolo importante di Siena lungo l’asse della via Francigena.
La prime lavorazioni avvenivano infatti nel retrobottega delle spezierie, perché un’ordinanza del tempo proibiva la produzioni di dolci fuori dalla mura, e prevedevano l’uso di costose spezie nell’impasto: caratteristica che conferiva al Panforte - confezionato in scatole ornate chiamate ‘tefanie’ - un carattere di esclusività e rarità natalizia.
La Farmacia Fiore nasceva così nel 1827, nella vecchia sede di via Garibaldi (oggi è in via Camollia), e nel tempo si è consolidata, legando il proprio destino, a partire dal 1946, a quello della famiglia Corsini, che oggi vede Corsino alla guida di Fiore Dolci Tipici.
Cambiano i tempi, le ordinanze vengono ritirate. Ma nel nuovo, moderno stabilimento industriale di La Macchia, a Sovicille, in provincia di Siena, la tradizione e la passione sono rimaste intatte, insieme alla squisitezza di questo dolce. La cui produzione ha inizio nel mese di settembre affinché il ‘lussuoso’ alimento, portatore di spiritualità, sia pronto a dicembre, in occasione delle festività del Natale.
“Da cosa deriva la nostra eccellenza? Molto semplicemente dall’eccellenza dei nostri ingredienti e da una estrema selezione delle materie prime, dalle mandorle ai canditi, fino alle nocciole e alla farina. E’ questo che ci rende famosi” afferma con un sorriso Corsino Corsini, i bianchi capelli ondulati e i gesti amabili, sinonimi di vera nobiltà.
Nel frattempo la produzione Fiore si è allargata, completandosi con altri deliziosi prodotti che vanno a fare compagnia al Panforte Margherita (più adatto ai gusti ‘femminili’: fu realizzato per la prima volta nel 1879 in onore della visita a Siena della Regina) e al Panforte Oro (quindi scuro e prezioso, secondo la terminologia orientale).
In altre stagioni dell’anno fa un certo effetto veder uscire, dalle moderne macchine adibite alla produzione dei Dolci Tipici Senesi, tanti piccoli e ordinati soldatini, che si avviano in fila indiana verso le mani sapienti delle operaie e verso involucri regali.
Sono i Ricciarelli alla Mandorla, i Cavallucci o Biricuocoli, e le Copate, leggeri dischi di pasta di torrone racchiusi tra due ostie.
Ad attenderli un altro attento lavoro di selezione e di controllo, prima che il dolce sia pronto per essere confezionato (a mano) e destinato a imbandire di felicità le tavole del Mondo. I vecchi speziali di Siena, se oggi fossero qui, approverebbero tutto. Senza indugio.

Grevi Mode

Dalla robusta rocca, gentili mani operaie accompagnano il filo di paglia verso una Grossmann anni ’30. Solida e precisa come il nome di battesimo, questa cucitrice tedesca prodotta a Dresda dà inizio al processo di ‘avviatura’. Lavorato in cerchi concentrici, il filo di paglia, lentamente, prenderà forma. Verrà rifinito, modellato e stirato su teste sagomate in legno, quindi abbellito con nastri, trecce, bottoni e altri ornamenti. Diventerà uno, cento, mille cappelli. Leggeri, morbidi. Dai colori intensi ed eleganti. Li indosseranno uomini, donne e bambini: famosi e non. Da Carolina di Monaco a Chiara Muti, passando per i set cinematografici e le star di Hollywood, fino alla gente comune che, molto più semplicemente, ama un accessorio simbolo eterno di discreta distinzione.
Ed è facile riuscire a distinguersi dagli altri, quando il cappello in questione è un prodotto della Linea Grevi, la griffe legata all’impresa ultracentenaria di Signa che dal lontano 1875 e attraverso quattro generazioni ha inventato uno stile inconfondibile per la ‘testa’ di milioni di persone.
In verità, l’azienda fu creata da Felice Marinesi, proprio dove ancora oggi conserva la sede, in via della Manifattura, a due passi dal ponte di Signa. Ma presto entrarono in società i due soci Fantacci e Grevi: se i primi diversificarono l’attività (lavorando nella maglieria ma divenendo anche pionieri nell’importazione in Italia dei marchi Rayban e Parker), i Grevi si dedicarono sin da fine ‘800 al settore della paglia e del cappello. Iniziò il bisnonno Attilio, continuarono nonno Silvano e nonna Ada (disegnatrice di linee esotiche di straordinario successo), scovarono nuovi orizzonti per la modisteria Alfonso Grevi e ‘zio’ Beppino, rappresentante in Francia dei prodotti di famiglia.
Oggi l’impresa è in mano ai tre figli di Alfonso: Giuseppe, Silvana e Roberta, quest’ultima stilista e anima dell’azienda, una nonna Ada degli anni Duemila, concentrato di creatività allo stato puro. E’ anche grazie a loro che il marchio Grevi ha saputo recentemente innovarsi, mantenendo fede al proprio sapere artigianale, ma intuendo e percorrendo una strada diversa nel campo della produzione. Da fornitori di grandi marchi, i Grevi hanno così deciso di lanciare una propria linea-moda. “Notavamo che i nostri cappelli, a volte, venivano addirittura copiati - spiega Giuseppe Grevi - e ci siamo detti: ‘perché non realizzare una nostra Linea Grevi?”.
Visti i presupposti, anche stavolta il successo non si è fatto attendere. Con un numero di clienti in scalata esponenziale (da 50 ai 1000 di oggi), Grevi viaggia vento in poppa alla faccia della crisi internazionale con un fatturato consolidato di 3,5 milioni di euro, offrendo lavoro a circa 45 dipendenti (tra operai interni, collaboratori e lavoratrici a domicilio), ed esportando in percentuale pressoché paritetica su due grandi aree di mercato: Giappone e Stati Uniti da una parte, Italia ed Europa dall’altra. Visitando i 1300 mq dello stabilimento di Signa, ci si imbatte in un quadro variopinto di mille teste e di altrettanti colori, e si ha l’impressione di stare in piacevole compagnia. Cappelli piccoli e grandi, eleganti e sportivi, diversi nelle stoffe e nelle tipologie: feltro, shirling, agnello toscano. “Tuttavia la paglia e la modisteria rimangono il nostro mestiere e la nostra specialità – spiega Giuseppe - Il segreto dei cappelli Grevi? La leggerezza e la morbidezza, due qualità rese possibili solo grazie al grande sapere artigianale e al rispetto delle antiche tecniche di lavorazione”. Cappelli per tutte le teste e per tutte le tasche, perché i prezzi spaziano all’interno di un’ampia forbice tra i 40,00 e i 600,00 euro, fino ai modelli esclusivi che arrivano a toccare cartellini da € 1.000,00.
Se gentili mani operaie e cucitrici di precisione, se punteruoli, spaghi e nastri, da 143 anni sembrano fare egregiamente il loro dovere, va comunque detto che quella di Grevi non sempre è stata una storia da libro delle favole. L’azienda fu bombardata nel corso della guerra, subì i danni dell’Arno e dall’alluvione negli anni ‘60, venne distrutta da un incendio sul finire del decennio successivo. A queste avversità, i Grevi hanno sempre avuto il coraggio di rispondere con la qualità dei propri prodotti, con l’attaccamento spontaneo e simbiotico al territorio di origine, e con un legame altrettanto indissolubile con il personale, giunto anch’esso alla terza o quarta generazione. “Leggendo le memorie del bisnonno Attilio, ho notato che alcuni cognomi sono gli stessi che portano le nostre modiste di oggi…” si confessa Giuseppe Grevi con un filo di commozione. E’ proprio il caso di dirlo: tanto di cappello, famiglia Grevi.

Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli

C’è un enorme bronzo - forse una porta monumentale, forse l’ennesimo, bellissimo cavallo - che esce dai cancelli della fonderia di via Corridoni a Firenze, pronto per essere consegnato a chissà quali lontani committenti d’Europa o d’America.
Siamo nella Firenze curiosa di speciali attenzioni della seconda metà del Novecento, quartiere di Rifredi. La gente scende in strada e si raccoglie di fronte alla Fonderia Ferdinando Marinelli, per assistere al rituale: un’altra opera d’arte è stata completata, saluta trionfante lo stabilimento, ed appare così imponente nella sue dimensioni che la Società del Tramvai è costretta a smontare i fili elettrici per permettere al camion di trasporto di operare le manovre. Destinazione, il porto di Livorno.
Tra la folla c’è anche il giovane Ferdinando Marinelli jr, allora studente di medicina, che in sorte porta lo stesso nome di battesimo del nonno, fondatore agli inizi del secolo scorso, esattamente nel 1905, della omonima Fonderia Artistica. L’episodio, romantico nel suo popolar- romanticismo, è ricordato in apertura del volume di Maria Maugeri che ripercorre la storia di questa storica impresa fiorentina, rimasta oggi l’unica al Mondo nel settore delle copie di grandi classici.
E’ la storia di una famiglia che da tre generazioni si dedica con sapienza artigianale e passione alla realizzazione di fusioni in bronzo, utilizzando ancora la tecnica ‘a cera persa’ e quei procedimenti di rifinitura già propri degli scultori fiorentini del Rinascimento.
L’attività fu avviata da nonno Ferdinando Marinelli, che adolescente lasciò Piegaro, piccolo centro nei pressi di Perugia, per approdare in riva all’Arno in cerca di lavoro. Qui si ‘fece le ossa’, frequentando le fonderie di Cusmano Vignali e la Gabellini di via del Romito, acquisendo conoscenze tecniche e artigianali fondamentali, quindi aprendo la sua prima bottega in via de’ Giudei, dove si specializzò nella tecnica “a staffa” per la realizzazione di borchie, bassorilievi e medaglie. I tempi erano maturi per il ‘grande salto’: nel 1919 Ferdinando Marinelli rilevò la Fonderia Gabellini. Iniziava un’era di nuovo splendore per la tradizione fiorentina delle fonderie artistiche.
La Fonderia Marinelli spostò presto i suo campo d’interesse nel settore della fusione di grandi opere in bronzo, e fece parlare di sé in occasione dell’eccellente riproduzione in scala 1:10 della Porta del Paradiso del Ghiberti; nel frattempo instaurò un rapporto proficuo di collaborazione con i maggiori scultori toscani del Novecento (da Mario Moschi ad Antonio Maraini, da Antonio Berti a Giuseppe Graziosi, da Italo Griselli a Giulio Cipriani) e stranieri (lo statunitense Abbott Pattison) Il mercato straniero era pronto ad essere servito. L’occasione giunse nel 1929 quando alla Fonderia Marinelli fu commissionata La Carretta dei Pionieri di Montevideo, un gruppo scultoreo di 22 metri di base, pesanti 150 quintali.
Sono passate due generazioni – quella di nonno Ferdinando, quella di babbo Marino e di zio Aldo – a capo dell’impresa fiorentina c’è attualmente Ferdinando Marinelli jr, che opera con i suoi 10 dipendenti nella nuova sede di Chiano, al confine della provincia di Siena, in un’area artigianale decisamente più conforme agli standard di produzione moderna. Lo show-room è invece presso la Galleria Bazzanti di Lungarno Corsini, a Firenze.
Ma alla Fonderia Artistica Ferdinando Marinelli i metodi di lavorazione rimangono gli stessi di quelli del Rinascimento, lunghi e delicati, mentre le committenze diventano sempre più prestigiose. “Tutto è come ieri, con le colate, le forme in loto, le spennellature in rosso. Tranne che utilizziamo il forno a gas al posto delle fascine di legna, e il forno fusorio a metano invece a carbone. La cottura a 700° può durare 10-15 giorni, comprese le fasi di raffreddamento”, dice Ferdinando Marinelli jr, muovendosi con agilità felina tra le copie in gesso e i mastodontici macchinari.
I risultati, qui, si chiamano commissioni. Europa, U.S.A., Giappone, Sudamerica, Asia, Australia e Africa. La Porta Santa della Cattedrale di San Pietro in Vaticano, le Scale Monumentali dei Musei del Vaticano, i monumenti per il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, il recente restauro del Palazzo del Cremlino a Mosca.
E’ impressionante l’opera destinata al Mile High Stadium di Denver in Colorado: sette cavalli grandezza 1 ½ in originale, che rappresentano la “Galoppata di Brancos”. Marinelli junior sorride di fronte ai complimenti, guardando la parete, dov’è appesa la foto in bianco e nero della vecchia sede in Via Corridoni. E’ vero: per ammirare quei cavalli, la gente di Rifredi sarebbe scesa ancora in strada.

 

Libreria Antiquaria Gonnelli

UNA FAMIGLIA DI LIBRAI
Fondata nel 1875 in via Ricasoli 6 (di fronte al Teatro Niccolini) da Luigi Gonnelli, la Libreria Antiquaria Gonnelli è una delle più antiche e storiche librerie antiquarie d'Italia con il pregio di appartenere alla stessa famiglia da quattro generazioni.
Fin dai primi anni di vita, in "bottega" si potevano trovare preziose edizioni e rarità ed i locali erano frequentati da personaggi della cultura del calibro di Gabriele D'Annunzio, Giovanni Papini, Ferdinando Martini, Benedetto Croce: nomi insigni che si uniscono a quelli di bibliofili illustri da Tammaro de Marinis a Umberto Saba.
Poco dopo la sua apertura la libreria, con annessa saletta, poi chiamata "Saletta Gonnelli", divenne subito un importante luogo di incontro di pittori del movimento pittorico dei "macchiaioli" e letterati del tempo. Nella Saletta sono state presentate mostre di pittura di varie generazioni di artisti, molti dei quali sono passati alla storia come maestri del Novecento, quali Giorgio De Chirico, Primo Conti e Ottone Rosai.
A cavallo tra Otto e Novecento vi erano altre due librerie Gonnelli: “A.S. Gonnelli” in via dei Servi 2 gestita da Amos Silvio, primogenito di Luigi, specializzata in autografi e “Libreria Antica e Moderna Ferrante Gonnelli” in via Cavour 50 (di fronte alla biblioteca Marucelliana), gestita da Ferrante Gonnelli, nipote di Luigi, celebre editore e grande sostenitore del movimento futurista.
Alla morte di Luigi, nel 1911, la “Libreria Luigi Gonnelli & Figli” passò al figlio Aldo che la gestì per oltre 60 anni fino alla successione della figlia Maria Pia e del genero Alfiero Manetti.
Nel 2000, alla morte di Alfiero Manetti, la “Libreria Antiquaria Gonnelli” è passata nelle mani del figlio Marco Manetti che, coadiuvato da uno staff di validi collaboratori, la gestisce tutt’ora affiancando alla continuativa attività di libreria antiquaria anche quella riscoperta di casa d’aste specializzata in libri, manoscritti, stampe e disegni.

LE ASTE
Nel 1880, Luigi Gonnelli tenne un'asta libraria di dodici giorni consecutivi inaugurando un'attività che, parallelamente a quella della libreria, offriva ai propri clienti non solo l'opportunità di acquistare beni di collezionismo a buon prezzo ma anche di affidarne la pubblica vendita all'incanto.
Fino alla fine degli anni '60, in Saletta Gonnelli sono state effettuate numerose ed importanti aste di libri, manoscritti, dipinti, incisioni e disegni.
Dopo una lunga pausa di quasi 50 anni, nel 2009 è stata "riattivata" con grande successo questa storica attività registrata con il marchio di Gonnelli Casa d'Aste offrendo ai propri clienti un ulteriore accesso al mondo del collezionismo, connubio di passione ed investimento sotto l'egida di una trasparente ed ultracentenaria professionalità.

EDIZIONI GONNELLI
Accanto alle attività relative alla vendita di libri antichi e rari, manoscritti, stampe e disegni, la libreria Gonnelli già dalla fine dell’Ottocento iniziò una propria attività editoriale con pubblicazioni occasionali riguardanti il mondo dell’arte, della cultura e della bibliofilia e che vantò tra le sue prime edizioni il "Dizionario dei pittori" compilato da Angiolo De Gubernatis nel 1892 o la celeberrima “Compendiosa Bibliografia di Edizioni Bodoniane” di Hugh Cecil Brooks del 1927.
Grazie all’iniziativa di Alfiero Manetti, genero di Aldo Gonnelli, la libreria ha intrapreso da oltre quarant’anni la pubblicazione di due prestigiose collane editoriali:  "Documenti inediti di cultura toscana" e "Papyrologica Florentina" nelle quali vengono divulgate valide ed apprezzate ricerche, frutto del lavoro scientifico di esperti studiosi di varie nazionalità. A queste collane si affiancano ulteriori pubblicazioni di opere interessanti dal punto di vista storico, documentale ed artistico, tra le quali si evidenziano i "Quaderni Gonnelli": cataloghi pubblicati in occasione delle mostre di arte e grafica tenute presso la Saletta Gonnelli e la recente collana " Carteggi di Filologi."

TRADIZIONE E INNOVAZIONE
Dopo 140 anni la Libreria Antiquaria Gonnelli si è trasferita in una nuova sede, più accessibile, più funzionale, più adeguata alle esigenze di un lavoro in linea con i tempi.
Dal 1 febbraio 2018 la nuova sede è in Piazza Massimo D’Azeglio 13, nei locali di un villino costruito alla fine dell’800, proprio come l’inizio dell’attività della Libreria Antiquaria Gonnelli fondata nel 1875.
Dopo tutto questo tempo, Gonnelli riesce a mantenere ed a rinnovare la tradizione di una storica attività offrendo così il proprio contributo a quella bibliofilia che ci lega al mondo: “amor librorum nos unit”.

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